Stagnola

Stagnola

Da leggere con questo sottofondo.

E’ lì per terra, in un angolo, addossato a una colonna, un angelo pallido di una bellezza sconvolta.  

E’ passata una settimana dalla fine del Lockdown, una parola sconosciuta di cui tutti ora sanno il significato, anche coloro che non conoscono l’inglese, alcuni lo pronunciano “lochdaun”.

Ascolto brani di pianoforte nelle cuffie, il mondo mi sembra migliore, le persone che mi passano davanti sembrano recitare poesie in un copione surreale, è una drammaturgia scritta dalla mia playlist, il palco immaginario della via è troppo piccolo per contenere tutti, urla, gesti, sorrisi perfino, una folla di persone che sembrano rinate.

Il mio occhio ricade veloce su di lui. E’ un arlecchino triste.

Cosa è quel mucchio di fango che ansima come una molecola, quel filo di ruggine depositato sopra la vita?

Il cielo è un pezzo di stoffa grigia, oggi.

Mi fermo dall’altro lato della strada, respiro il veleno delle macchine che passano, oggi è più forte, un odore che è tornato, come se la pandemia fosse un soffio vitale paranormale, oggi lo smog è un brutto vestito che ti si posa addosso.

Alle volte è bello osservare il miracolo del mondo che si ferma, la routine spezzata da un istante di calma follia, te ne accorgi subito, che sta cambiando qualcosa, devi solo essere pronto a gustare l’attimo.

Quello è uno di quegli attimi, decido di attraversare la strada e di avvicinarmi al ragazzo. Decido anche di non fermarmi davanti a lui ma solo di passargli più vicino possibile, ho la presunzione di guardarlo, di entrare nel suo campo visivo, di carpire un attimo del suo sguardo.

Mi volto e c’è un commerciante che urla qualcosa al ragazzo, lui si alza e se ne va, un urlo becero, da commerciante, un mix di ignoranza, sangue e populismo.

Stiamo diventando un popolo che urla, urla per scacciare l’indesiderato, urla per non avere paura, urla per pulirsi la coscienza.  Urla per sopire, urla per umiliare, urla per appassire.

Lascio la scena, deluso e affranto dal mio stesso popolo, penso di non avere una nazione.

E’ rumeno, o giù di lì, lo capisco dai lineamenti.

E’ strano da dirsi, nei ragazzi dell’est è spesso presente una nota di infanzia triste che da noi si trasforma in irrequietezza e spesso sfugge agli ingranaggi della nostra società.

E’ la selvatichezza, quella che noi dell’Ovest teniamo repressa nei corpi, nelle menti, quella che nelle nostre scuole non consente la manifestazione potente della vita.

Cerco di non farmi notare, mi accorgo che non potrebbe mai notarmi, se ne sta rinchiuso dentro uno strano cappello che usa per coprirsi anche il volto, non penso possa vedere nulla, in questo momento, o forse sì, è il suo modo di vedere senza far sapere agli altri che vede.

Gli chiedo quanti anni ha, cerco di indovinarlo nella mia testa, ma è difficile, ha un accenno di barba, solo pochi peli, ha un fisico bello, scolpito, ora lo osservo e non capisco, dovrebbe essere un corpo deprivato, debole, penso che sotto vi possa essere una storia più forte del corpo stesso, i muscoli sono delineati, ossa strette, i capelli di un nero corvino tendente al blu, indossa una canottiera azzurra.

Che cazo vuoi?, mi risponde, scrivo cazzo con una zeta sola perché è così che lo pronuncia, il suo tono mostra paura e arroganza, cerca la distanza, ma nello stesso tempo mi avvicina, mi sta prendendo in giro, accenna un sorriso beffardo, ha capito che non voglio fargli del male, è un animale in gabbia che ha imparato  a selezionare le persone, anche se le sbarre non sono ancora riuscite a lavare il suo humus selvatico, è un alieno selvatico, polvere e salsedine.

Te lo chiedo solo per conoscerti meglio, sono rumeno, mi risponde, non lo so quanti anni ho, penso 15, 16.

Capisco che non ha una storia, non può raccontare di sé, non può nulla. I suoi silenzi sono il suo passato.

Mi avvicina, mi chiede della carta stagnola, porge il suo cappello fetido, vedo solo la sua manica, non cerco lo sguardo, so che non potrei trovarlo.

Allungo un euro, scarico la sua moneta sulla sua mano, l’immagine puzza di un misto di santità e carità, odora di elemosina, una sensazione spiacevole, sei costretto a guardare in faccia ciò che non vuoi, sento l’ipocrisia del gesto avvolgermi lentamente le membra. Guardo la sua adolescenza fantasma.

Sei questa vita che trascorre impotente, non puoi nulla, è inutile l’affanno dei pensieri, inutile pensare che tutti i ragazzi avrebbero diritto alla gioia primordiale di quell’età.

E’ qui davanti a me, ora, mi scuote, è un personaggio inventato, è una maschera. In un frangente di lucidità mi arriva il significato della sua richiesta, perché la carta stagnola? Ha bisogno di fumare, dentro quella stagnola, lo vedo dai suoi occhi intorpiditi, ci è dentro fino al collo.

Avverto improvvisa una scarica di adrenalina, d’ora in poi per me lui si chiamerà Stagnola, mi viene in mente un bellissimo libro letto alle scuole medie di Tonino Guerra e Luigi Malerba che raccontava di tre viandanti medievali, Millemosche, Pannocchia e Carestia, giravano per le lande in cerca solo di una sopravvivenza. Stagnola richiama un nome lontano, un eroe malandato d’altri tempi.

Ecco lui è così, Stagnola, un vagabondo fuori dal tempo. Un ragazzo lasciato fuori dalla porta del mondo.

Articolo scritto da Stefano Manici, educatore ed insegnante.