Punk Trap

Punk Trap

Da leggere con questo sottofondo.

Mi appare sullo schermo prima come un quadro sfocato e puntiginoso di Monet, poi le sue forme iniziano a delinearsi confuse, lisce, e mosse, come una Madonna di Munch, ancora poco dopo mi appare nitida, 4k, come un quadro di Hopper. 

E’ la connessione.

Va e viene, fatica a delineare i visi, sfuma e compone le forme, dipingendo sulla tavola di pixel.  Ma è la sua richiesta che mi più mi sorprende, quasi mi trafigge.

Prof, lei sa che suono il basso vero? Vorrei fare un pezzo trap punk, qualcosa di nuovo, ma prima devo capire cosa è il punk, mi consiglia qualcosa?

Mi chiede di consigliarla sulla musica punk dato che una volta ne ho parlato in classe, dice di voler sentire qualche gruppo. Tra me e me penso di aver esagerato il giorno prima, nella lezione su Schopenhauer devo aver calcato un po’ troppo la mano sulla Volontà di potenza e su questa forza cieca irrazionale che ci avvolge immanente e che guida ogni cosa, l’alunna deve aver colto qualcosa di straordinariamente vitale in un pensiero che termina con il concetto di Nolontà, l’annullamento di ogni volontà, l’estasi, il nirvana. 

Succede spesso, di giudicare un pensiero affrettatamente, bisognerebbe sempre cogliere le persone nel loro insieme, nella totalità di ciò che vogliono esprimere. Ho un ricordo vivido di quando sentivo spiegare Schopenhauer all’Università, di questo professore che cercava a tutti i costi di farci cogliere la potenza positiva di un pensiero che all’apparenza trasudava pessimismo, dolore, sofferenza. 

Dovevo attendere ancora qualche anno per capire che il dolore è anche gioia, la sofferenza necessaria. Di fianco a quell’aula un altro professore spiegava Marx, in modo lineare, come se il mondo potesse cambiare da un momento all’altro. Ne eravamo assorbiti. Sarebbe servito anche in quel caso qualche anno per capire che spesso gli opposti si attraggono, che ognuno di noi è teoria e prassi, dolore e utopia, noia e visione, unità degli opposti.

Nel delirio scomposto dei pensieri che si accavallano come onde ordinate lei è qui davanti al mio schermo, mi chiede dei consigli, all’inizio mi coglie impreparato, non perché io non conosca quel mondo che all’improvviso si rischiude nella mia mente, al cui interno scorrono di frame in frame i primi ascolti delle musicassette con i gruppi più improbabili, i travestimenti ridicoli, i concerti nei centri sociali, qualche anno dopo le schiere di ragazzini che suonavano al centro giovani di via Raimondi, i Fender violentati, l’odore di sudore rappreso nelle pareti delle cantine, le lattine di birra, gli anfibi.

E’ che solo lentamente mi rendo conto che non avevo inteso perfettamente la seconda parola della proposta: trap.

Rimango basito, non devo lasciarmi prendere dal sarcasmo né dallo sconforto, devo riuscire a reggere la proposta, anche perché lei è tremendamente seria. Il mio cervello inizia a sciorinare quintali di pregiudizi e di stereotipi sulla musica trap che neanche un live dei Ramones qui e ora potrebbe attutire in questo momento, occorrerebbe un rilascio di litri di serotonina per convincermi lontanamente che l’operazione si possa fare. La parte più acida e cattiva che si annida in qualche anfratto della mia anima suggerisce che è come mettere insieme il vino con l’acqua. 

Si è tinta una ciocca di cappelli di blu, un blu elettrico che richiama un riff di chitarra, un blu che sembra voler squarciare il cielo grigio di oggi, dietro e dentro i nostri schermi. Non posso deludere quest’anima che ha sete di vita, che cerca uno spiraglio nell’opacità dei giorni del virus, che si affanna per trovare un senso. 

Non avrebbe senso impedire l’energia che tracima, la passione che deborda.

Ma è lei che fa la prima mossa, facilitando il compito. Mi dice senta prof, attacca una base trap piuttosto tosta, un ritmo incessante, veloce, è una forma di trap strana, rivista, ridisegnata, all’improvviso lei fa un giro di basso che ripete preciso, seguendo la cadenza anestetica della base, all’inizio è tutto strano, le due armonie sembrano due corpi che si annusano e che cercano un incontro impossibile, una danza della paralisi, due statue fredde. 

Lentamente, i due corpi iniziano a intrecciarsi, come serpenti, sinuosamente i due ritmi iniziano a formulare un senso, snodandosi in un ritmo cadenzato sul quale la ragazza accenna anche un canto, una litania profonda, ora è una nenia ancestrale.

Rimango basito, assuefatto, rimango in ascolto per un tempo sospeso che vorrei non finisse, in pochi minuti quell’essere è riuscito a trascinarmi in un’altra dimensione. 

Mi dice prof questo potrebbe essere un pezzo di punk trap, io rispondo certo, certo che sì, è bellissimo, ingoiando la selva di pensieri negativi sulla trap e sui giovani di oggi che avevano invaso la mia mente.

Nulla è impossibile, ragazze e ragazzi ci dicono questo.

Articolo scritto da Stefano Manici, educatore ed insegnante.