L’odore del ferro

L’odore del ferro

Il Fragore del Limite di Patrizia Mattioli

Ha l’odore del ferro addosso, ovunque, lo fiuti quando ti si avvicina.

È l’odore del tornio, dei “pezzi” come li chiama lui, di viti, di tutti gli arnesi appesi alla parete, li divora con gli occhi, li conosce a memoria.

In questo posto l’aria e gli esseri umani sono dello stesso colore, un grigio-blu sgualcito, come quei cieli che annunciano piogge. Anche odori e immagini fanno parte dello stesso impasto, deve essere questa atmosfera meccanica. 

Hanno un loro fascino nascosto, il ferro, il metallo e la ruggine disegnano un habitat surreale, dalla vetrata del soffitto riesce a insinuarsi un raggio di luce fioca, quasi a ricordare la presenza del cielo.

È un ragazzo della provincia, lo vedi nella sua umile tuta blu, goffo, sghembo, ci sta dentro due volte, in quella tuta. Fuma di continuo, sembra sempre nervoso, ha un eterno bisogno di fare.

Sembra uscito da un’intervista pasoliniana, dice che nella vita vuole fare figli, avere uno stipendio fisso, aprire la propria officina meccanica, con i suoi attrezzi comprati da lui, dice che il sogno sarebbe quello di avere una moto, questo gli basta e avanza. Sembra che il suo tempo si sia fermato nell’Italia del dopoguerra, un tempo semplice, di una bellezza scolpita.

È orgoglioso che io sia qui, mi vuole mostrare l’officina nella quale sta facendo lo stage, mi mostra tutto, gli attrezzi, i macchinari, mi presenta tutti i colleghi, mi mostra il calendario delle donne nude, con un sorriso beffardo che tradisce un certo imbarazzo.

Ha un’abilità incredibile nel gestire gli attrezzi, sa sempre cosa deve fare, dove mettere le mani, il numero delle chiavi inglesi, l’ordine dei materiali sul carrello, il punto preciso in cui saldare, riesce a capire i meccanismi segreti delle cose, dice che a scuola lui i prof non li ascolta neanche.

Il sapere delle mani è come il sapere delle parole, ha la stessa identica dignità, in mano a un ragazzo di 16 anni è un sapere che acquista un valore ancora più profondo, un sapere di antico che riemerge dalle viscere del mondo, i solchi delle mani sono solchi dell’anima.

Lo invidio.

Mi dice anche che è preoccupato del virus, forse l’officina chiude, lo vedo in ansia……

Il pomeriggio stesso arriva al centro giovani fresco come una rosa, come se non avesse già lavorato otto ore in quell’inferno di metallo, tra i rumori assordanti, le polveri, le urla del capo. Nulla lo scalfisce.

Arriva tronfio e orgoglioso perché dice di aver realizzato il suo video musicale e ha raggiunto quota 3000 visualizzazioni in pochi giorni.

Lo guardo e sorrido, inizio a prenderlo in giro ironizzando sul fatto che “se la tira troppo”, sicuro che sia inventato tutto. 

Dopo pochi minuti rimango basito, è lui stesso a sfoderarmi il video su Youtube, peraltro ben congegnato e con una sua precisa tecnica di storytelling, un prodotto comunicativo che mi sembra incredibile per essere stato confezionato da lui. Migliaia di visualizzazioni in pochi attimi, potere del contemporaneo, mi chiedo ingenuamente cosa può significare per lui quell’attimo di celebrità.

Gli chiedo come gli sia venuta l’idea e chi abbia girato il video, mi risponde che tutto è fatto in casa, con una camera di ottima qualità affittata in un service e con una trentina di suoi amici che fanno da comparse. 

Il video ostenta la classica narrazione rap, rappresentando gli amici con delle ragazze, macchine truccate e posture da eroi contemporanei.

Dopo pochi minuti succede l’incredibile: al centro arrivano diversi ragazzi che non ho mai visto che chiedono l’autografo al nostro eroe, hanno visto che è qui dalla sua diretta Instagram, arrivano in tantissimi. In pochi giorni il ragazzo è una celebrità locale. 

Gli dico che lui mi ricorda uno dei ragazzi di vita di Pasolini, so che lui non conosce il libro ma mi risponde che è contento che lui possa assomigliare a uno dei libri e che l’unica cosa che gli piaceva a scuola era quando il professore di lettere leggeva un libro ad alta voce davanti a tutti. All’inizio pensava che sarebbe stato noioso ma poi dice che gli piaceva quell’atmosfera, tutti stavano zitti, si creava un momento di magia, gli sembrava di tornare bambino.

Di lui ammiro la sua arroganza travestita da inquietudine, la sua idea che la vita sia una cosa semplice, la sensazione nascosta che tutto si possa racchiudere in pochi attimi di felicità. 

Articolo scritto da Stefano Manici, educatore ed insegnante.