Giga

Giga

Da leggere con questo sottofondo.

“Ma io sono povera”…., dice alla mia collega con la più inerme delle posture, con una semplicità nuda, una consapevolezza che ti sputa in faccia tutta l’amarezza del mondo. Lo dice con un sorriso che alla sua età è ancora colmo di innocenza e non ha ancora le sembianze della rabbia.

Quella frase rimarrà a lungo conficcata nel nostro petto di educatori, una traccia indelebile che scalfisce inesorabilmente l’amplesso democratico: l’uguaglianza non è per tutti, Italia anno 2020.

E’ una ragazza dei condomini del quartiere più a Nord, la sua pianta ortogonale sembra quasi avvertire che lì sono tutti uguali e diversi dagli altri.

Vorrebbe un telefono nuovo, soprattutto vorrebbe più giga, in questi giorni del virus la sua connessione va e viene, ogni tanto la vedo lentamente sfumare e svanire dallo schermo perché i suoi giga stanno per consumarsi, come crediti. Senza giga sembra di essere su un pianeta alieno, senza acqua, senza luce.

I giga sono il nuovo pane, senza giga non produci relazioni, i giga disegnano l’identità, ti delineano i confini dell’umano, senza giga non sei, non appartieni, non appari.

Dice che vorrebbe scrivere una favola per i più piccoli. Lei ha 13 anni, è lei ad essere piccola, mi dico.

Pensa a quei bambini che sono in casa senza far nulla, vorrebbe raccontargli delle storie, per farli divertire un po’, per fargli trascorrere il tempo. Lo dice senza pensare che è sulla stessa barca, separando il suo tempo da quello degli altri, una sensibilità iperspaziale, transumana.

La collega le chiede come va, capisco subito da un’increspatura della voce che c’è qualcosa di strano e nero che si annida negli interstizi del suo inconscio, come se il corpo volesse tradire la sua anima, a casa sua non ci sta bene, in questi giorni.

Penso che anche negli altri giorni non ci deve stare bene, a casa, la clausura obbligatoria del virus deve aver amplificato le risonanze dei suoi dolori, avverto la presenza di un male sospeso e opaco che si nasconde in controluce, i suoi occhi sono più tristi del solito.

Ci sono quelle persone il cui sguardo tradisce sempre una vena di tristezza, anche quando ridono, quello è il segno del male che si deposita come una patina sull’esistenza e non si solleva più, neanche quando cerchi di toglierlo con un colpo di straccio.

La mia collega le dice che si potrebbe anche disegnarla, la sua storia, con una App particolare, così avremo una specie di cartone animato. Dice subito di sì.

La sua storia narra di due ragazze che discutono della bellezza, si dirime della bellezza esteriore e di quella interiore. Una delle due giovani ostenta la superbia della bellezza dei corpi e delle sembianze, l’altra azzarda il valore delle parole e del sapere interiore. Le due ragazze hanno le sembianze di una pantera e di una volpe, sembra quasi che solo la metafora ferina potesse rappresentare la narrazione del suo disagio.

La ragazza dice che a scuola tutte le dicono che è brutta, ma che a lei non importa, conta quello che hai dentro, e poi non lo decidono mica loro se sei bella o meno.

Penso ai manifesti pubblicitari pieni di donne perfette che invadono le nostre strade, penso al loro potere contro cui le nostre gesta pedagogiche possono quasi nulla, quella violenza sottile e legalizzata che colpisce le ragazze del nostro tempo.

C’è tutta la presunzione del nostro tempo nella sua storia, l’umiltà e la tenacia del femminile che risuona ancestrale nella sua anima di ragazza che deve ancora farsi, ci sono i secoli di domino maschile, ci sono le danze nascoste e i segreti delle Baccanti.

Dice che le farebbe piacere che i bambini potessero vedere la sua storia seduti sul divano e divertirsi. Forse pensa che quei sorrisi potrebbero colmare il vuoto di quelli che lei finora non ha pronunciato.

Ecco, penso, ci vorrebbe una App in grado di raddrizzare le incurvature delle labbra e disegnare un sorriso, scolpirlo come uno sguardo apollineo.

In questi giorni ci sono storie come questa che si annidano silenti nelle stanze di centinaia di ragazze e ragazzi, emergono dal pozzo profondo di solitudini taciute, affiorano a tratti come conchiglie accarezzate dalle onde che vanno e vengono.

Io a questa ragazza le vorrei regalare un miliardo di giga, ma posso solo accompagnarla in questo tempo diseguale.

Articolo scritto da Stefano Manici, educatore ed insegnante.