COVID-19, lo spettro che infesta Singapore

COVID-19, lo spettro che infesta Singapore

Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi.

Ernest Hemingway

No, oggi non è un giorno qualunque, nessuno si sarebbe aspettato di vivere un periodo di Pandemia all’alba dell’anno 2020.

Siamo ormai abituati a considerare le malattie come un’entità lontana, quasi priva di sostanza. Facciamo affidamento sui vaccini per prevenire molte delle patologie che ci possono affliggere oppure su antibiotici per curarle. Tuttavia, difficilmente ci fermiamo a pensare quanto cagionevole sia l’essere umano e soprattutto quanto la natura, da noi bistrattata, in un attimo possa ribaltare il ruolo che rivestiamo nel mondo.

Da quello che faremo oggi, dipenderà la nostra vita futura.

In Italia è stato varato un piano di emergenza basato sul distanziamento sociale e sul buon senso dei cittadini nel rispettare le regole per l’accesso ai luoghi pubblici e di lavoro, che per quanto tempestivo e rigoroso, dobbiamo ancora verificarne i risultati.

Certo è che ogni cittadino ha avuto esperienze diverse, c’è infatti chi confessa che sul luogo di lavoro non sia stato fatto alcunché per la salute dei lavoratori e chi invece si lamenta di tutte le precauzioni prese. I racconti di vita quotidiana mettono in risalto solo una cosa: la disparità con cui queste regole vengono fatte rispettare.

Questo non avviene invece in una delle metropoli in cui il virus ha fatto la sua comparsa molto prima che in Italia: Singapore, definita la città verde, nonostante il suo punto di forza sia proprio il progresso tecnologico. In questo stato le regole vengono fatte rispettare sempre, non solo in periodo di pandemia, quindi troviamo una popolazione già ben abituata alla repressione dei comportamenti illeciti attraverso multe anche molto elevate.

Il Lockdown era fissato fino al 1° di Giugno. Lo stato ha cercato di rimandare questo intervento il più possibile, visto che verso la metà di Marzo la malattia sembrava ormai essere contenuta. È però stato trascurato un fenomeno molto importante che si verifica a Singapore: l’immigrazione di lavoratori provenienti dall’estero. Molti di essi infatti sono originari del Bangladesh, alcuni della Cina o altri paesi del Sud-Est asiatico e prestano sistematicamente la loro opera all’interno del paese svolgendo le mansioni più umili.

Tra questi lavoratori a basso reddito vi sono le domestiche, spesso Filippine o Indonesiane che tendono ad alloggiare con la famiglia presso la quale prestano servizio, nonché i lavoratori di fabbriche e cantieri e che vivono in dormitori. Nel rispetto delle regole tipico di Singapore questi “casermoni” offrono una vivibilità forse civile, legale, sicuramente frugale, ma sono caratterizzati da una prossimità di spazi personali estrema ed antitetica al distanziamento sociale. I residenti condividono camere di quattro e più persone, mensa, servizi igienici e soprattutto passano nei dormitori la maggior parte del tempo in cui non lavorano perché gli stipendi bassi, per quasi la totalità mandati alle famiglie nei paesi d’origine, offrono poche possibilità di bagordi o shopping nella città “più costosa del mondo”. Questa bomba sociale, colpevolmente ignorata, ha sicuramente facilitato e accelerato l’incremento dei casi in maniera esponenziale, rimanendo tuttavia un focolaio isolato a causa della difficoltà per gli ospiti dei dormitori d’interagire socialmente con le altre demografie della città.

Si è resa così palese una realtà che comunque era nota a tutti, il grande contributo che questi individui danno alla città e che in uno dei paesi col reddito pro capite e il costo della vita più alti al mondo, per quieto vivere, forse si è sempre cercato di ignorare.

Dei cinque milioni e mezzo di persone che popolano Singapore, mezzo milione sono residenti permanenti e più di un milione e mezzo sono stranieri con permesso di lavoro di vario livello (a Singapore l’immigrazione irregolare non esiste). Tra questi ci sono anche i “frontalieri”: giornalmente passano il confine con la Malesia e durante il lockdown dei due paesi confinanti, rimanendo in un limbo, sono stati costretti a trovare alloggi temporanei tra amici e conoscenti. 

Alcuni di questi stranieri sono professionisti di alto livello che la città-stato ama attrarre con lauti stipendi, mentre più della metà viene da altri paesi asiatici in via di sviluppo per svolgere lavori meno qualificati, attratti anche loro da stipendi che seppur molto bassi nella metropoli, nel paese d’origine non potrebbero percepire.

Singapore ha attuato un piano che si potrebbe definire “One Shot” nel senso che ogni violazione viene severamente punita.  Ad esempio, per i non residenti fermati dalla polizia senza mascherina è previsto il rimpatrio immediato senza possibilità di rientrare nello stato in futuro.

La tecnologia è poi venuta in soccorso di questa metropoli. In primis, per quanto riguarda il lavoro se in Italia nessuno era attrezzato per lo Smart Working, qui troviamo una realtà ben diversa in cui la maggior parte dei lavoratori aveva già gli strumenti per operare da casa.

In secondo luogo, anche la prevenzione è stata affidata alla tecnologia, infatti è stato creato un simpatico robot con le sembianze di una cane, di nome “Spot”, che gira per i parchi intimando ai cittadini di rispettare le distanze di sicurezza.

La malattia non è stata presa alla leggera, stiamo infatti parlando di un paese che è passato per la Sars. Anche prima del Lockdown i cittadini considerati infetti venivano messi in isolamento in complessi deputati, con un Gps per ritracciarne la posizione e con il telefono sotto controllo.

Questo non è bastato e si sono rese necessarie le stringenti misure ad oggi in atto, anche in virtù del fatto che ci troviamo in uno stato con una sanità privata molto costosa, che non tutti i cittadini si possono permettere.

Non sono stati chiusi i parchi per ragioni di necessità, gli appartamenti sono in genere molto piccoli e i cittadini non hanno le case con giardino a cui noi siamo abituati. Anche lo stile di vita è differente, la casa è solo un appoggio nella vita frenetica della città. Difficilmente un Singaporeano cucinerà in casa 7 giorni su 7, ecco perché la chiusura dei locali di ristorazione è molto più sentita dai cittadini di Singapore rispetto alle restrizioni riguardanti l’accesso ai luoghi di lavoro.

Si tratta di un bel cambiamento nello stile di vita: avvocati che non si sono mai avvicinati ai fornelli cominciano a fare il pane in casa e appassionati di aperitivi si dedicano ai Cocktail casalinghi.

Sembriamo così diversi ma alla fine le dinamiche comportamentali dell’essere umano si assomigliano. In Italia chi non ha mai fatto una passeggiata al parco è diventato un perfetto maratoneta e chi faceva portare al figlio il cane a passeggio, è diventato un tutt’uno con l’animale. L’individuo si adatta, a volte anche per il meglio, speriamo che nel farlo rispetti le distanze per tornare al caro vecchio pranzo della domenica con pennichella pomeridiana o, ad oriente, a fare l’aperitivo a Clarke Quay.

Articolo a cura di Eleonora Vignudelli, studentessa di Giurisprudenza presso l’università degli studi di Parma.