AMLETO AL TEATRO FARNESE, INDIMENTICABILE PAGINA DEL TEATRO ITALIANO

AMLETO AL TEATRO FARNESE, INDIMENTICABILE PAGINA DEL TEATRO ITALIANO

Era il 2002 quando Elisabetta Pozzi fu Amleto in uno storico spettacolo diretto da Walter Le Moli e messo in scena nel Teatro Farnese, scrivendo una pagina indimenticabile del teatro italiano. Un’esperienza che l’attrice ha definito “profonda, toccante, impegnativa, faticosa, turbinosa, ma indimenticabile e illuminante”. Lo spettacolo era parte del Progetto Farnese-Shakespeare, creato da Fondazione Teatro Due nel 2001 all’interno delle Celebrazioni Verdiane e proseguito fino al 2003.

Occorre sentire come risuonano i luoghi, mettercisi dentro e lavorare sul proprio corpo, utilizzandolo come un vero strumento musicale. In teatri come il Farnese bisogna addolcirsi, lasciarsi travolgere, soccombere, ma con piacere. Bisogna diventare “minimi”, però con una forza incredibile. La sensazione è quella di sentirsi parte dello spazio. Si avverte l’emozione di diventare, di far parte di qualcosa di più grande. È un’altra energia. E se l’attore riesce a coinvolgere il pubblico, vuol dire che ha saputo cogliere – e trasmettere – l’essenza profonda del personaggio.

Elisabetta Pozzi

Mi è sempre sembrato un’impossibilità ambientare Amleto entro la cornice raggelante di un teatro all’italiana. Offrirlo, incorniciato entro l’arco di proscenio, alla contemplazione voyeuristica di un pubblico fisicamente e emotivamente distante. Una lettura ravvicinata del testo mi dice che il contatto col pubblico è indispensabile al personaggio, Amleto confida al pubblico i suoi pensieri più intimi, quelli che non osa confidare sulla scena nemmeno a Orazio, e nel pubblico Amleto trova l’unico vero amico, quello da cui non ha paura di essere giudicato e che non teme giudicare. Il teatro elisabettiano, come ci dice il Globe ricostruito e funzionante sulle rive del Tamigi dove sorgeva quello originario di Shakespeare, presuppone, chiama un rapporto intimo con il pubblico, a contatto d’occhi. Questo era lo scopo dello sperone che dalla scena si spingeva fin dentro il pubblico, e che nelle convenzioni dell’epoca era destinato soprattutto al “soliloquio”, si badi non monologo interiore, ma ragionamento ad alta voce col pubblico.

Walter Le Moli

L’intuizione originaria di questa messinscena mi è venuta dallo spazio stesso del Teatro Farnese, gran teatro barocco all’italiana, ma in cui è possibile, grazie all’incompiutezza che gli deriva dai guasti della guerra, dilatare esplodere, la pianta del teatro elisabettiano, ricreandone ingigantiti gli spazi deputati: la scena, distante fuoco prospettico, in cui ambientare le rigide formalità e i gelidi intrighi della corte; la platea disponendovi tutt’attorno il pubblico e facendone luogo destinato all’incontro fisico trattori, in particolare il protagonista, e il pubblico, ma anche una sorta di vasta aula di tribunale in cui il pubblico è a un tempo giudicante e giudicato, in una vicinanza che abolisce ogni tentazione al voyerismo distaccato; le due balconate in alto, spalti di un’illusoria fortezza in cui ambientare le scene di apparizione. La scommessa è che in questa pluralità di spazi e di contatti, possa cadere dal volto a Amleto lo spesso strato di cerone romantico che ancora lo deforma, per restituircelo in tutta la sua infinita complessità, la sua sfuggente ambiguità, non riconducibili a nessun senso definito dalla tradizione ottocentesca. E non come nostro contemporaneo, ma come nostro progenitore, come il primo esperimento di quell’arte del sopravvivere nell’incertezza assoluta, che per noi è diventata dimensione normale dell’esperienza. Un Amleto, che attraverso un vasto golfo di tempo si riavvicina noi e ci guarda e ci parla interrogandosi ci interroga, che vuol sapere a quale punto del cammino, da lui iniziato, verso il totale disincanto del mondo siamo giunti noi. Lo spazio teatrale diventa così un buco nel tempo, una sorta di canocchiale che avvicina noi a lui. Certo, non c’è Amleto senza Amleto, è la più gran parte mai scritta nella storia del teatro. Ed è  sull’interprete che pesa tutta la gran macchina di dramma e narrazione. Una ormai lunga consuetudine di lavoro con Elisabetta Pozzi mi ha convinto che oggi sia lei il solo possibile interprete. Un attore presta il suo corpo e le sue emozioni al personaggio. L’ho vista, l’ho sentita come Amleto, sin dal primo momento in cui ho concepito l’idea di questa messinscena.

Walter Le Moli

La tragica storia di

AMLETO

Principe di Danimarca

di William Shakespeare

Nuova traduzione Luca Fontana

Amleto Elisabetta Pozzi

Claudio Mauro Avogadro

Polonio Gigi Dall’Aglio

Orazio Roberto Abbati

Laerte Francesco Migliaccio

Rosencranz Ruggero Cara

Guildestern Nicola Alcozer

Becchino Giancarlo Condè

Primo attore Cosimo Cinieri

Gertrude Mariangela D’Abbraccio

Ofelia Giovanna Di Rauso

Scene Tiziano Santi

Costumi Giovanna Avanzi

Luci Claudio Coloretti

Suono Daniele D’Angelo

Regia Walter Le Moli

Con la partecipazione degli allievi della Scuola di Teatro del Teatro Stabile di Torino